non c'è niente di meglio che un'overdose di telefilm per ispirarsi.
niente di meglio che ascoltare storie inventate per poter poi rassicurarsi di quanto sia pacifica e comoda la propria pur ingloriosa vita.
sulla strada per la perfezione, credo di aver preso il mio primo sbandamento.
e tale sbandamento va subito riaggiustato, per impedirmi di deragliare ulteriormente.
in fondo tutto quello che necessito è di diventare psicotico, di trovare un'ossessione e viverla fino in fondo, affinchè io possa con determinazione scordare tutto il resto (scelgo, insomma, il male minore).
tenere la mente occupata non è facile davvero, anzi quasi impossibile, a meno di non essere pazzi.
con solerte ed imperterrito cipiglio mi accingo dunque a dichiarare l'inizio della mia follia.
dove tutto andrà bene ed io starò bene e saprò sorridere a tutti e farò dei muffin squisiti, tanto che ci sarà chi mi chiederà la ricetta.
con estrema eleganza, scosterò umilmente i capelli e dichiarerò che è ovviamente un segreto.
eppure continui a voler scrivere, sempre, nonostante le mille promesse e le mille paure. anche se sai di non poterlo fare fino in fondo, di non poter aprire tutte le porte perché ormai la polvere ha ricoperto i cardini e le farebbe scricchiolare svegliando tutti.
ma continui, imperterrito, ad immaginarti dare baci che siano qualcosa di diverso dall'essere tristi, a immaginarti di stringere qualcosa che sia altro che le tue ginocchia.
non tanto per il tuo evidente non bastarti, ma casomai per la tua voglia di bastare a qualcuno, nel tentativo vano di provare che c'è uno spazio dentro di te che vorresti mostrare ma non hai mai veramente il coraggio di farlo.
eppure anche se c'è tristezza, molta tristezza, continui. perchè ti piace il modo gentile in cui hai costruito le tue bugie, ammassandoci sopra mille storie come piccoli catafalchi, andando con la mente a tutte quelle piccole cose che avresti potuto fare e non hai fatto (come quella volta che ti hanno chiesto l'ora, ed era così evidente che non te ne sei accorto ed hai risposto che forse era ora di andare ma poi l'hai rivisto un qualche mese dopo e sorrideva felice abbracciato a qualcuno su un motorino - molto più felice di quello che avresti potuto renderlo tu, pensasti se non erro...).
sarebbe bello che, un giorno di questi, prendessi le tue cose e partissi, senza dire niente perchè non c'è davvero niente da dire, che fuggissi su un'isola verde dove sono tutti rossi di capelli e nessuno parla la tua lingua ma tutti credono alle fate. sarebbe bello.
ma sappiamo entrambe che non succederà, vero? perché sarai sempre inchiodato alla tua sedia, perché avrai sempre paura di qualcosa a cui non riesci nemmeno più a dare un nome e perché hai smesso da molto tempo di credere ai tuoi sogni.
ormai, lo sai, hai finito tutti gli argomenti. e non mentire a te stesso, non farlo ancora per piacere, io non sono così stupido. io lo so cosa pensi ogni mattina quando ti svegli, lo so che cosa provi ogni forchetta che inghiotti, lo so. con me puoi essere sincero, per una volta, sono qui per questo.
sono qui per cantare quello che tu non hai il coraggio di dire, sono qui per mostrarti quello che tu non vuoi più vedere.
se ora mi dai la mano, sai già dove andremo. ma non vuoi ed io lo capisco. aspetterò.
io ho tanto tempo. ho tutto il tempo che hai tu.
ma un giorno, e tu lo sai, capiterà. e sarà quando meno te l'aspetti, dove meno te l'aspetti.
e allora io ti dirò tutto quello che non hai mai voluto sapere e per ogni volta che mi hai rifiutato la mano, ti consegnerò uno di quei segreti che nessuno dovrebbe sapere.
ma non avere paura, non devi. servirà a farti crescere. forse servirà a farti finalmente capire come spezzare quelle catene che da anni ti porti dietro tanto che ti sembrano quasi che siano parte di te.
ora è tempo che me ne vada, lo so, ti sono stato vicino anche troppo oggi. e piano piano cominci a pensare ad altro. cominci a pensare quante caramelle vorresti mangiare per dimenticarti di me...
ma, te lo dico, se l'ultima sarà una di quelle rosse, allor avrò vinto e dovrai lasciarmi aprire almeno una di quelle vecchie porte. quale non lo deciderò nè io nè tu ma lo deciderà il destino.
e così lo zombie compie oggi gli anni. ho smesso di dire quanti sono svariato tempo fa, per cui vi grazierò dell'odioso compito di dovervi ricordare a quante decadi ormai brindare per questa vecchia carcassa... anche perchè, onestamente, non vedo davvero cosa ci sia di utile nel festeggiare qualcosa che è inevitabile, persino per noi non morti: il tempo che passa.
come Alice preferirei scegliere un giorno a caso durante l'anno e brindare con i miei amici a qualcosa di assurdo, ad un non-compleanno inventato.
perchè festeggiare qualcosa che non dipende da noi, in nessun modo, in un certo senso mi rattrista...
inevitabilmente quando ci si ricorda che questo è il giorno in cui si è, ahimè, nati, si finisce per tirare le somme di quella che tutto sommato è una vita, nonostante io la spacci per altro.
e temo in tutta sincerità di aver davvero poco da catalogare, poco da disquisire, poco insomma.
non parlo certo di chi mi sta attorno, di amicizie con cui condivido molte cose da tanto tempo, quelle non sono solo vita mia ma anche vita d'altro, comunione di spiriti... parlo di cose fatte da me per me e con me e basta.
viziato eternamente dalla sindrome del non concludere sommariamente un cazzo, aspetto con ansia una qualche illuminazione, una qualche spinta che mi immetta in un percorso che voglio portare a termine. chiedo forse un qualcosa di mistico, un miracolo quasi, lo so. per alcuni sarebbe un segno.
ma non sono necessariamente stufo di vivere questa mia vita in totale sottotono, affatto. semplicmente vengo preso da una certa angoscia nel pensare al futuro, quando mi accorgerò inevitabilmente che in questi anni di totale solitudine e deprivazione, avrei potuto osare altro e allora me ne lagnerò. perchè, in ultima analisi, essere nato in quel di novembre mi porta ad essere a tratti malinconico, a tratti dolce ma sempre e comunque con la spiacevole tendenza a guardare al passato con insoddisfazione. come una musica leggera ma dal testo profondo e triste, come un ricordo un po' distante che ha il sapore acidulo di caramelle gommosette di quelle che fanno fare deliziosi ruttini aromatizzati alla ciliegia (e digerirle però è un'impresa titanica).
vorrei semplicemente essere più leggero e più stoico. vorrei che tutto, alla fine, mi scivolasse addosso come acqua, senza intaccarmi... vorrei sedermi su quel bel fiume e guardare, semplicemente, e trovare in questo la consolazione per ogni mio male ed ogni mio ignoto capriccio...
vorrei... quella forza che vedo in altri e non ho... la forza di credere in sè stessi, di provare, di rischiare. la forza di uscire dalla mia torre d'avorio, di ritrovare quella chiave che ho gettato dalle inferriate tanto tempo fa per aprire finalmente la porta al sole.
conversazione telefonica dello zombie con mister dronio:
D.: beh dai! vieni anche tu, magari trovi qualcuno che ti piace!
Z.: dubito, ormai ho rinunciato a quelle cose.
D.: eh sì lo so...
Z.: la mia saracinesca è chiusa a doppia mandata da troppo tempo.
D.: meno male che esistono ancora i ladri!
Z.: ...
e cosa è successo al cantante dei vacuum
(il cui fondatore e autore è presente
in questo video come uomo baffuto)
lo sa solo dio.
(qui la band dopo aver trovato un nuovo front man e cambiato nome)
Sono cresciuto con una menzogna immane.
Grande come un melone maturo.
Per comprendere tale menzogna bisogna però immaginarsi uno zombie bimbo e innocente (so che sembra impossibile ma, credetemi, anche io ho avuto il mio periodo di totale vacuità cerebrale) e visualizzarlo di fronte alla televisione, ad assorbire come una spugna sia le tristi notizie dei già menzionati film dossier sia i telefilm che allora passava il convento.
Uno dei primi telefilm a cui il nostro prode eroe si affezionò fu Arnold. Ed è lì che ebbe inizio la menzogna di cui sopra.
Arnold, ora lo so, non era affatto un bambino. Era un nano. Ma io, per tutta la mia infanzia ho immaginato che i bambini neri fosser tutti così. Capivo che aveva qualcosa di strano, perchè era sostanzialmente diverso dai bambini neri dei documentari di Piero Angela, ma non me ne crucciavo. Del resto i bambini di colore non li vedeva nessuno per le strade della mia città e la prima volta che ne vidi uno dal vivo era la compagna di classe delle elementari di mio fratello (ed io ero ormai già smaliziato adolescente).
Le cose inevitabilmente cambiano. Ogni volta che io torno nel mio tugurio di paese, mi capita di incontrare sempre più spesso immigrati di ogni sorta e tipologia, non escluse le donne e le bambine in burka che sempre mi fanno un po' di paura per evidenti ragioni culturali.
Probabilmente è un bene, mi dico. Sostanzialmente tutto questo aiuterà questo popolo, con calma e molta pazienza, a divenire un popolo più aperto e meno rigido.
Ciò non toglie che spesso mi venga da sorridere, poichè nessun'altro bambino verrà sobillato a pensare che tutti i suoi coetanei neri siano, sostanzialmente, dei nani quarantenni vestiti americanino.
Si perde un po' di poesia così. Decisamente.