posseggo pochi ricordi della mia infanzia e tendo così a conservare quei brandelli ben custoditi in qualche polveroso recesso della mia memoria da cui inevitabilmente escono con evidente difficoltà.
vero è però che quella musa indomabile che i comuni mortali chiamano Musica, è una chiave che apre molte porte, comprese quelle quasi blindate della mia infanzia.
dei pochi momenti di felicità con mio padre ne ho uno, rarissimo, la cui colonna sonora è invero piuttosto vergognosa:
Ma noi non ci saremo. eh sì, proprio i Nomadi.
quella giornata non la rammento con precisione, ovviamente, ma il sole giallo nella campagna del paese di mio padre è cesellato nella memoria come una vivida stampa a colori.
ascoltarla di nuovo dopo così tanti anni mi ha dato una sensazione curiosa.
quel bambino che ero ed ascoltava la musica dei propri genitori è tornato a galla per poco tempo, permettendomi di constatare che, ahimé, il nostro destino è scritto già a caratteri cubitali nei piccoli gesti della nostra infanzia.
così un sorriso m'è scappato ripensando ad un me stesso che ricanta quella strofa con tale assiduità da infastidire un padre distante intento a raccogliere funghi.
Mai mano d'uomo le toccherà
E solo il silenzio come un sudario si stenderà
Fra il cielo e la terra per mille secoli almeno
profezie imbastite da abeti e distanze, dove la solitudine è totale ma rinfrescante.
perché mi piacesse così tanto una canzone così decisamente triste, mi è a tutt'oggi oscuro.
come se l'apocalisse che ha distrutto l'uomo e ha ridato il mondo alla natura, fosse un sollievo, un balsamo.
E il vento d'estate che viene dal mare
Intonerà un canto fra mille rovine
confortante constatare che, pur essendo passatti mille secoli almeno, sono ancora lo stesso noioso e pedante bambino fondamentalmente triste.
un castello di lego mi faceva compagnia nei pomeriggi passati in totale solitudine. una principessa vestita da pirata lo guidava verso avventure mirabolanti, grazie ad un meccanismo complesso che permetteva al castello di volare, seppur con una certa lentezza.
piccola donnina di plastica blu e rossa. ricordo il suo vestito blu con le marsine e i bottoni disegnati d'oro.
ed improvvisamente capisco perché mi ostino a voler entrare, d'inverno, in quel ridicolo cappottino stile Lady Oscar.
se non c'è speranza, se non si sfugge a sé stessi, c'è almeno la possibiitlà di portarsi dietro il meglio?
assieme ai vezzi ed ai ricordi ed a parole che suonano come profezie, c'è spazio per ancora qualche gioco?
io spero di sì. dopotutto ho ancora alcune storie da raccontare.
a patto di trovare la chiave giusta, ovviamente.
esmeralda si chiamava. e il suo amore era lontano tanto da non poterlo raggiungere. ed aveva l'uncino.