27/02/2008, ore 00:05

Ho un vecchio cuore qui nel petto. No, non è il mio, poiché il mio è andato perso il giorno che sono nato e qualcuno ha deciso che avrei dovuto metterne altri, da indossare come guanti. E questo è sicuramente quello che è riuscito meglio. E' vecchio e stanco ed è facile sopprimere ogni suo battito od ogni suo anelito di passione, è facile spegnergli la fiamma che sta sotto perché anche lui sa che non ne vale la pena, in fondo.
Eppure si infiamma, eppure mi muove a volte a disegnare con le lacrime il segno di un destino di cui non si vede neppure l'inizio.
Ma io vinco sempre, è una battaglia che lui non può vincere perché è vecchio ed è anche stufo di combattere. Un po' come lo siamo tutti, rasserenati forse dalle mani di qualcuno che ci accarazzano la testa prima di dormire.
Ecco, vedete? Lo fa apposta. Insinua tenerezza dove io voglio tessere aridità, come un pioniere dello spazio che ha visto troppe battaglie, continua la sua marcia da Brancaleone verso una meta che ignora.
Io vedo e sorrido. Vedo dall'alto come in realtà giri solo in tondo.
Perchè può correre quanto vuole, sul suo vecchio rottame che ancora si ostina a chiamare astronave, ma Tannhauser non è mai distante troppi anni luce.
Come non fosse una città, come se non fosse un luogo, come se a respirargli sul fiato sia l'ora, l'oggi e non certo l'angustioso domani.

Corre in cerchio in asteroidi che sembrano grigi, messi lì probabilmente da qualche alieno troppo frivolo per dargli la parvenza di realtà, combatte contro mulini a venti che per lui sono giganti da infilzare con dovuta cornucopia d'imprecazioni e raggi laser.

Io sorrido. Lo spazio che definisco con qualche largo passo è tutto quello di cui ho bisogno per vivere.
La cella del monastero che mi sono scelto è bella, il replicatore di cibo semplice ma efficace. Mi piace perché da sul lato dove tramonta il terzo sole, d'estate, quando la piattaforma rotante finisce di compiere il giro e si allinea di nuovo col pianeta sottostante.
Ed è lontana dal coro dove provano i salmi queli odiosi mocciosi della Chiera Revangista Riformata.

Lontano da tutti tranne che dal boccaporto. Dove a volte guardare fa male ma è necessario.
Dove ognuno di noi nasconde i propri segreti e poi resta lì, silenzioso, a guardare dal bordo del giardino sintentico quello che sembra solo qualche lamiera piegata ad arte, ma in realtà cela un mistero troppo scuro per potergli dare un nome.


Il mio cuore è un cuore con scadenza. Ha visto troppo, sentito troppo ed ha deciso che non è più tempo nemmeno per i ricordi. Lascerà passare tutto attendendo con grazia l'arrivo dell'ultimo rintocco, quando la micropompa che gli fa da meccanismo, si bloccherà come un'orologio terrestre.
E allora ritorneremo alle stelle e saremo felici.
zombieglam
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15/02/2008, ore 01:14

- Mildly free -

Come se tutto avesse un senso, la sera, mi piace adagiarmi sul letto e pensare prima di andare a dormire.
Il mio corpo si muove lentamente allora, quasi a prendere un respiro che io non riesco a dargli.
Il segreto, la chiave è sempre ancora la fiducia. Quella che è venuta a mancarmi ad un certo punto quando ancora non avevo nulla con cui difendermi, quando ancora non capivo il perché di certi gesti e di certe parole, di certe azioni mancate.
Allora ecco che improvvisamente una linea si traccia da quell'ieri a questo oggi e vi trovo il significato del perché non riesco a volte a sopportare che qualcuno mi tocchi, o perché mi sveglio certe mattine e penso quello che nessuno dovrebbe essere autorizzato a pensare.
Non credo si possa descrivere fino in fondo nè tantomeno spero di dover fare torto ad alcuno... è che è come se per me le cose andassero necessariamente nel modo in cui io le immagino, come se quello che tutti hanno assunto con un determinato e preciso e condiviso valore, non abbia per me lo stesso significato.
Parliamo di fiducia, di come io creda di non averla ma trovata, di come io tema che questa possa venire mancare da un momento all'altro, anche solo con un pensiero, una cattiveria, qualcosa che non riuscirei a sopportare. Se ne ha ben donde a provare a dissuadermi da questo stato di cose, io ci provo costantemente ed il risultato è a volte quasi rispettabile.
Sembra poi che non ci sia spazio per altro che per un belletto delicato e necessario, che sulle cose e sulle emozioni e sulle parole si debba stendere sempre un senso di pudica moralità, quantunque possa proferire le peggio bestemmie ci sarà sempre qualcosa che non verrà manzionata perché non è bene, o non è indicato. Come la sofferenza per esempio, come le paure, come quelle piccole menzogne che ci raccontiamo prima di addormentarci per indurci sperare che domani sorga ancora il sole.



E lui era ancora bellissimo, ieri, quando l'ho visto. Indossava i suoi colori, il verde ed il marrone (e, cristo santo, a guardare indietro capisco il perché dell'aver inventato proprio quella fata e qualla storia quel giorno piovoso di settembre). Su di lui il tempo ha avuto la grazia che non ha avuto per me, sul suo volto sono fioriti gli anni ad indurirgli lo sguardo e farlo finalmente scivolare via dalla sua grazia d'angelo. Non ci sono più i capelli rossi che volevo sempre toccare, non ci sono più i boccoli che erano l'invidia dell'harem.
Che era il preferito lo sapevamo tutti e qualcuno aveva persino la fortuna di sapere perché.
Se mi ha salutato con freddezza è perché io non ho mai parlato, non ho mai detto nulla, non ho mai fatto che ansimare su quel divano letto che ha racchiuso così tanti segreti.
Se io ancora ricordo è perché non voglio dimenticare una stagione in cui, per la prima e l'unica volta, ho visto quello che c'è dall'altra parte del vaso di Pandora e ne ho persino gioito.
Sul mio viso e sul mio corpo sono fiorite ossa, come a segnare un destino, una via intessuta di silenzi e ritrovamenti macabri. Sul suo viso nessuna ragnatela ma solo le foglie di un tempo passato a diventare finalmente uomo.

Oh, in quello che ci scegliamo c'è il nostro destino. Ho indossato i panni di una Banshee, una volta, e mi è rimasto come attaccato addoso quel sapore di ragnatele e zucchero filato.
Un misto strano, un gusto inusuale che io penso sinceramente non sarà apprezzato mai da nessuno.
La giornata dell'amore allora è finita da un'ora, Cupido ha fatto quel che doveva fare.
Nel mio futuro io non vedo braccia a stringermi perché non penso di meritarlo. Perché qualcosa di rotto dentro me SA di avere un sapore troppo amaro (come quella certa pozione che è da bere fino in fondo prima di riuscire a trovare il tesoro) e fugge dall'offrirsi ad alcuno per non avvelenare.
Così no, non si va da nessuna parte. Così si resta incatenati al proprio letto, alla propria scrivania, al proprio quieto ed infelice vivere perpetrando il peccato della commiserazione sino all'infinito.
Riservo dolcezze solo ad un orso di pelouche e ad un coniglio di pezza.
Essi invecchieranno con me, perderanno il pelo come io metterò rughe su rughe. Essi resteranno al mio fianco in silenzio abbracciandomi la notte, popolando i miei sogni fino all'alba successiva.
E non importa quanto succederà, non importa a loro quel che sarò.
Mi ameranno sempre per quel caldo abbraccio che do loro ogni notte. Quello che è l'unico momento in cui sembra di potersi sentir dire che, in fondo, tutto andrà a meraviglia... prima o poi.



E la voce dentro me dice:
non ci sarà nessuno per te, mai.
non sarai mai all'altezza.
non guarirai mai.
non sarai mai libero.
E non potrai mai parlare.
Dovrai tenerti tutto dentro.
Perché io sarò con te.
In silenzio.
Sempre.
zombieglam


07/02/2008, ore 01:46

-Vademecum del piccolo depresso-

Non me ne vogliate se a volte mento... con noncuranza, con semplicità, metto su una faccia a volte anche quasi bella, sorrido e vado avanti.
E' necessario. Non sminuisce nemmeno di una virgola quello che posso in qualche modo provare, no davvero. Ma è un modo semplice quanto efficace per tentare di difendermi... è tanto semplice da dire quanto, immagino, difficile da comprendere.
Non ho mai avuto una gran passione per i discorsi sulla vita come palcoscenico, sulla nostra personalità che è una gran maschera e bla bla... li trovo discorsi triti e ritriti, noiosi, scevri del benché minimo interesse (a meno che a scriverne non sia Wilde) e quindi prontamente non solo li evito ma mi faccio vanto di non applicarli in alcun modo al mio vivere... ma temo anche questa sia una sorta di menzogna, in qualche modo. Esiste uno iato preciso e puntuale tra quello che posso essere lì, quando m'incontrate per sbaglio per strada e qui, nel mio secolare eremo urbano, e tale iato non va interpretato come schizofrenia, ma come semplice noia poichè persino io mi annoio di me stesso, specialmente qaundo il mio umore raggiunge bassezze che io immaginavo inarrivabili.
Le confidenze non mi vengono bene. Penso costantmente d'essere noioso, fuori luogo e quantomeno palloso poiché sempre mi è stato insegnato che non è bene lamentarsi né dare a vedere di soffrire in alcun modo... e certo devo anche combattere con la mia tendenza al vittimismo che, credo non sfugga a nessuno legga in qualche modo queste quattro pagine, spesso mi porta a parossismi di greve sorta.
Ahimè però a volte la giara è colma e colma lo è incredibilmente in questi giorni, per i motivi di cui sotto e per la mia naturale, inarrestabile quieta abitudine all'abbandono.

Del resto che bisognerebbe fare, per mostrare di soffrire? Si dovrebbe forse strapparsi i capelli? Si dovrebbe piangere ogni due minuti, lasciando una modesta scia di fazzoletti? Oh no, me ne scampino gli dei. Non sono mai stato teatrale né comincerò ora. Semplicemente cerco, nel piccolo spazio che mi sono creato, di dare fastidio il meno possibile, di essere il meno inopportuno, di non far pesare a nessuno la mia pesantezza perché è un fardello che si porta da soli e non si condivide con il mondo.
Aiuta certamente lo scherzare (quale inusitata arma di difesa è l'ironia eh messer allen?) ma al contempo rende ogni cosa vuota, superflua, aliena. E soprattutto restituisce un'immagine che non è quella esatta, ma un trucco falsato da una fata morgana nel deserto baciato dal sole.

Immagino di dover ringraziare di tutto questo un'eccessiva sensibilità e una certa propensione alla  solitudine  che col tempo è divenuta, magicamente, una sorta di  impellenza alla misantropia (con la promessa di divenire a breve pura agorafobia).
Così come per tutti ci sono però segni di chiaro malessere e li elencherò per poterli contare uno ad uno negli anni venturi: il mangiarsi troppo le unghie, le notti insonni, la svogliatezza nel compiere anche i gesti più banali, il trascurare lentamente il vestiario e la propria persona. Li elenco affinché li conosciate e li sappiate individurare in chi vi sta vicino. Avrete forse la possibilità di parlare con cognizione di causa, di chiedere il perché di certe cose senza suonare persone non informate dei fatti.

Quello che desidero è clemenza. La comprensione la lascio ad altri, chiedo soltanto perdono per peccati che non ho commesso, chiedo semplicemente di poter essere più indulgente con me stesso poiché se sono così acido con chiunque, sappiate che sono ancor più cattivo principalmente con me stesso.
Sappiate che per l'enorme familiarità che ho con il mio io, mi permetto insulti e considerazioni che non riverserei nemmeno sul mio più grande nemico. E non mi risparmio cattiverie.
Sappiate inoltre che c'è un'indescrivibile limite tra quello che è "ovvio e si deve fare" e quello che invece "si riesce a fare". Non pensiate sia semplice spegnere un pensiero, un peso allo stomaco non se ne va solo volendo. Forse non avete mai provato la sottile ebbrezza del non essere padroni del proprio destino, se vi ostinate a pensare che ci sia una soluzione semplice ed efficace e si risolva tutto in un "non pensarci" o in parole magiche e consigli sensati.
No, non è così.
Quello contro cui a volte ci si trova a lottare non ha nome, non ha consistenza.
Lo percepiamo costante per quel che ci lascia, una specie di dolore basso, a tratti tanto forte da non poterne nemmeno parlare, a tratti più sottile che quasi ci lascia vivere.
Ma sempre presente. Un costante rumore di falene, che in ognuno prende forme diverse ed in me ha la forma di un certo auto-masochismo.
Ma non si può pretendere di comprendere il dolore di nessuno. Questo il dramma dell'essere umano, forse l'unico a cui non posso trovare soluzioni o battute.
Perché non è davvero possibile scherzare in quei giori in cui il cielo pesa davvero come una bara e si percepisce con estrema chiarezza un sentimento terrible: si avrebbe voglia di non essere mai nati.
Come e perché si giunga a questo ancora non so. Nè so come si possa guarirne, se non con l'aiuto di sostanze di cui non ho mai fatto uso e mai vorrò farne.
So soltanto che a volte succede e fa un male bestia e non avere nessuno che ti stringe la mano non aiuta.
Si continua però a sognare d'avere, un giorno, qualcuno in grado di farlo. Qualcuno in grado di sovrastare con la luce di un suo abbraccio, il buio che coviamo dentro.
Non so se continuare a pensarlo sia un bene. Non è consolante, soprattutto considerando che ogni giorno passato a fare i conti con la propria solitudine spinge ancor più in fondo la dolce spina.
Ma è comunque uno sperare, in qualche modo. E sperare è cosa buona.
Poichè una volta lasciata ogni speranza si entra in una città da cui uscire non è più possibile e una  permanenza lì, dovesse restare un'ombra di lucidità, non oso davvero pensare cosa potrebbe significare.


Damien Rice - Accidental Babies


Do you cum?
Together ever with him?
And is he dark enough?
Enough to see your light?
And do you brush your teeth before you kiss?
Do you miss my smell?
Is he bold enough to take you on?
Do you feel like you belong?
And does he drive you wild?
Or just mildly free?
zombieglam
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01/02/2008, ore 04:38

Sono devastato.
Non è un aggettivo scelto a caso, per una volta. Io che spesso mi perdo nel piacere di inventare capogiri letterari e merletti grammaticali da far rizzare i capelli ai più inauditi puristi, mi trovo ora a corto di parole e con la difficile scelta di dover tacere o dover parlare.
Dovrei passare forse tutto in silenzio, seppellire tutto sotto il desiderio di espiazione che da sempre mi contraddistingue... dovrei infine coprirmi il capo con un caschetto e novella Pulzella d'Orleans, vedere di proseguire dritto verso un'ipotetica meta.
Ma credo sia umanamente improbabile reagire in maniera caparbia e responsabile alla notizia, data con solenne squillo di trombe, che sebbene non sia nulla di grave, sebbene sia risolvibile pure con qualche remora, che certamente la chirurgia ha fatto passi da gigante, che le prospettive sono le più promettenti, che tutti prima o poi, che comunque si deve prima vedere poi eventualmente agire... beh fatte le dovute premesse del caso non è certamente semplice farti entrare nel cervello che no, non t'è proprio più permesso di farti amare.
Fermarsi un attimo a respiare. Deglutire. Sfoderare uno sguardo perplesso. Chiedere di ripetere.
Beh sì, naturalmente, sa, non sarà più possibile... ha capito no?
Ah sì certo, ho capito. La mia vita è capire, a tratti. Ma ho capito proprio bene? Mi si sta chiedendo questo?
Mi si sta espressamente imponendo di rinunciare a quello a cui rinuncio senza quasi batter ciglio da, boh, cinque anni?
No, perché una questione è rinunciarvi perché non c'é l'occasione, o peggio perché non c'è lo stimolo... mentre altra cosa è dovervi rinunciare vita natural durante senza poter in qualche modo contare sul fatto che, prima o poi, qualcosa di bello accadrà e saranno rose e fiori e finalmente si potrà coronare quello che si attende da tempo.
Certo, sarebbe potuto andare peggio. Ovviamente sarebbe potuto andare peggio. Ma è consolatorio? Nemmeno un po'. Forse posso in qualche modo crogiolarmi persino all'idea che mezzo mondo muore di fame e né io né te sappiamo la fame cosa sia (sebbene debbo dire non aiuti avere, attualmente, 2 € nel conto in banca) ma lo trovo non solo piuttosto superficiale ma quantomeno inappropriato.
Va bene, rincariamo la dose allora.
La nonna in demenza senile, il padre che mi disereda, la madre col fidanzato afflitto da gravissima malattia. Non contenti? Ok, aggiungiamo anche la sinusite divenuta cronica, una parziale sordità all'orecchio destro e ridiamocela grassamente.
Ma sì, che vuoi che sia, sono piccolezze no? C'è qualcosa di più grande là fuori, no? Più strisciante, più scuro, più cattivo... e lo sappiamo tutti.
Eppure la consolazione tarda ad arrivare, perché questi sono solo gli antipasti e arriverà prima o poi il piatto da portata ed infine il dessert. E sinceramente ne ho un po' paura eh?
Non è colpa mia, devo ripetermi. Non ne ho colpa. Non posso farci niente se la donna che mi ha cresciuto sta perdendo il senno giorno dopo giorno, se piange sempre ogni volta che la sento, se con un odio che non ha mai fatto parte di lei si fa il vuoto attorno e si aliena i suoi cari mentre io solo resto nella sua mente l'unico a volerle bene, l'unico che la capisca, l'unico che sa perché soffre come lei.
Non è colpa mia se la nuova moglie di mio padre, che nemmeno mi conosce nè mi ha mai visto, impazzita come un cavallo da corsa, lo sottopone a ricatti morali da donna dell'800 e lui, notoriamente incline quanto un baccalà ad avere proprie opinioni e sonoramente sprovvisto di palle, cede al ricatto e disereda il figlio privandolo di un pur modesto sussidio mensile che aiutava egregiamente a sbarcare il lunario.
Non è certamente colpa mia se l'uomo di mia madre, dopo che tante la coppia ne ha passate, vessati da due famiglie d'origine un poco bigotte e somme sfortune di varia natura, si vede giungere dall'alto l'imposizine ad intraprendere una lunga serie di calvari per riuscire a sconfiggere una perniciosa quanto malefica malattia.
Si aggiunga al cocktail che ovviamente non ho per le mani, attualmente, qualcuno che possa in qualche modo possa consolarmi.
Amen,

L'unica cosa che mi riesce di fare, oltre a non dormire ed a mangiare come una fogna, è lasciarmi infine prendere dall'ossessione. Tornano come funghi le piccole cose che avevo cercato di nascondere, idiosincrotiche routine che volevo nascondere sperando che il cielo sarebbe diventato un giorno azzurro.
Il cielo invece si tinge color di bara dovunque io volga il mio sguardo e non è colpa mia nè tua nè di nessuno, ma comunque fa un male cane. Viscerale.
Allora concediamoci canzonette senza testi, canzonette stupide, leggere, insipide, dementi.
Non c'è spazio per altro, il barile è già abbondantemente colmo di metaforica melassa.
Lo so, non funziona. Non funziona un cazzo. E comuque quel nodo lì che hai sullo stomaco non se ne va (e sono piuttosto propenso a pensare che ci vorranno anni prima che se ne vada... mi sa dovrai farci il callo, sai?).

Tutto questo, ovviamente nemmeno a dirlo, arriva come una mazzata in fronte subito dopo una settimana che, per dio, quasi ho sperato di potercela fare, quasi ho sperato che forse avrei visto la fine, quasi ho sperato che avrei potuto sentirmi meglio.
Non sarò a dire che c'è del preterintenzionale in tutto questo. Sarebbe come un po' credere in dio (o chi per lui) ed io elargisco troppe bestemmie per poterci credere ancora. Però la costante sincronicità con cui grandi e piccoli disastri ci danno dentro ogni qualvolta io cerchi di accennare un sorriso è inquietante, inquietante davvero.

Va bene, cantiamo canzoncine stupide. Facciamo a finta che tutto sia a posto. La pelle non è più di porcellana da tempo, ma almeno è argilla dipinta bene e può essere adegutamente pitturata alla bisogna.
Proviamo infine a chiudere gli occhi e dormire, proviamoci. Perché fare tre giorni vedendo l'alba forse non fa bene ed è anche un pessimo modo per cercare di smettere di pensare.
Ma dove stia la soluzione non lo so né dove stia il sollievo. Nè tantomeno dove sia la leva da far girare perché tutto finisca e arrivi infine il tanto agognato silenzio a porre sulle labbra il gelo di un bacio.




Vorrei tornare bambino, vorrei che la mamma mi dicesse che tutto andrà bene, vedrai. Vorrei credere ancora alle fiabe. Vorrei una canzone che faccia passare tutto, come la medicina per l'asma che era dolce e sapeva tanto di fragola. Vorrei un respiro senza fatica, con l'aria che entra ed esce come seta e sembra quasi primavera.
zombieglam