C'è che non ho molta voglia di scrivere. Succedono cose belle, cose tristi, succedono cose.
Resto commosso da ogni cosa, persino dalle pubblicità troppo sdolcinate. Ma ancora non piango.
Sono scosso da furtivi e forti dolori causati da un male in odor di santità.
E ancora non piango.
Ci sono indicibili significati, ne sono certo. Come se mi trovassi sempre a combattere contro me stesso perché io sono la mia Mordor.
Ma non ne ho voglia oggi, non ne ho voglia.
E quando non ne ho voglia metto su un po' di musica e sogno.
Niente ancora riflette quello che ho dentro.
Ma con pazienza ci riuscirò, un giorno.
Appena avrò scoperto verso dove andare.
Intanto già mi mancate. Ma è anche bello così, alla fine.
Rende le cose vere.
Suona tutto così strano. Date dimenticate, lavori che non finiscono. E tornare all'adsl dopo cinque anni di fibra ottica è un problema, un problema grosso.
Ma c'è aria di tempesta in questo buffo paese dove tutti conoscono tutti e hanno tutti paura di dichiararsi.
Ho ricevuto più proposte (tramite vari siti di social networking insospettabili) in questi due giorni di quanti non ne abbia ricevute negli ultimi tre anni a Bologna.
"Sembri carino" oppure "Sembri sapere quello che vuoi". Sembro. Non SONO. Sembro lo spettro di quello che non hanno il coraggio di essere, sembro uno straniero con la pelle bianca e i capelli sconvolti e vengo a mostrare quanto siete piccoli. E quanto siete poco.
Questo luogo mi nega i piaceri effimeri e sottili a cui mi ero abiutato: mi nega la brioches salata, mi nega il cappuccino migliore, mi nega pizze fantastiche.
Ma a modo suo regala un latte che non ha eguali ed un pane che, signori, sembra fatto dalle mani di un dio.
Attualmente non so cosa fare, come comportarmi. A parte ovvi problemi lavorativi, mi sfugge il senso ultimo del mio cercare un posto al mondo, cercarlo prima che incanutiscano i capelli, prima che cadano, prima che la pella smetta d'essere pelle e sembri corteccia grigia.
Fuggire dal tempo che passa è inutile, è sciocco ed è anche logorante.
Allora perché sono qui? Con le mie cose per terra perché in camera non c'è più posto per me?Perché sono qui in un posto che in soli due giorni si è già presentato come l'anticamera del più profondo tedio?
Ecco, lo so. Sono qui per dormire e sognare e aspettare.
Aspettare di avere abbastanza soldi, neanche tanti poi, per la traversata. Aspettare di consultarmi con mia madre e sentire che pensa e per l'ennesima volta constatare che non faccio più parte della sua vita.
E però lasciare, cambiare, è un piacere così sottile. Si preannuncia un qualcosa all'orizzonte, di cui non sai i confini o i colori ma sai solo che sì, è tempesta. E quasi certamente pioverà molto.
Ecco dunque, ora si inizia: ho lasciato casa.
Non è un ricominciare, non ancora. Non fintantoché non sarò su suolo londinese con casa e lavoro e tutto il resto. Solo allora tirerò un sospiro di sollievo.
Ma in qualche modo è un inizio lasciare questa che volevo fosse la mia casa e poi, per tutta una serie di cose, non lo è stata fino in fondo.
Mi sento strano. Non ho l'ansia del distacco che pensavo di provare nei confronti della città, per nulla. Anzi, mi sento liberato da un peso enorme.
Non dico che mi mancheranno le poche, pochissime anime che hanno sfiorato la mia in una comunione d'accordi che so è difficile da trovare altrove... No, non è quello. So che non potrò sopportare di non poter arrivare, prendere un cappuccino in centro in quel bel bar in cui i piccioni fanno la guardia alla briciole, e parlare.
Parlare. Sarà difficile parlare all'inizio e non voglio nemmeno pensare a tutte le difficoltà che cambiare lingua comporta. Le ho vagliate, le ho prese in considerazione. Per ora le accantono, ripromettendomi di tirarle fuori dal cilindro quando serviranno.
Quello che mi aspetta è un mese di pseudo inferno. Un mese di treni da prendere con un sacco di valigie (e io odio i treni da prendere con un sacco di valigie), un mese di incomprensioni con la famiglia, un mese di lavatrici galeotte all'insegna della mia totale incapacità di organizzare alcunché (ecco lì che capeggiano nel mucchio due sacchi enormi di calzini di lana, che dio solo sa quando ho smesso di usare questa primavera).
Ma, mi dico, un passo alla volta risolverò tutto.
Se non sarà domani sarà dopodomani. Ma tutto si risolverà, con calma.
Non ho fatto piani precisi, non voglio. Ho qualche sogno nel cassetto ma quello non lo tiro fuori di certo. Voglio vedere cosa succede, vedere come me la cavo, vedere se ho la forza che serve per vivere.
E' una specie di ordalia che mi autoimpongo.
Probabilmente è una cazzata. Forse invece no. Non potrò saperlo se non a distanza di qualche anno.
E allora sarò forte abbastanza e non proverò risentimento per gli errori del passato.
Ho messo nel sacco pochi cd, un libro, nient'altro che ricordi.
Musica quella giusta, libro quello che ci vuole per tenere impegnato il cervello per un po'.
E questa vita da profugo per pochi giorni, me ne rendo conto, è strana.
Ha il sapore delle cose fatte male e di fretta. Ma per questo non meno divertenti.
Non ho molte più cose da fare. Vivo come al solito di nulla. Ma non ho più casa. Non ho più un posto sicuro in cui nascondermi e quindi devo uscire ad esplorare il mondo.
La foresta incantata è qui a due passi da me. Prima di immergermici faccio un respiro profondo, un respiro lungo un mese.
Per salutare, cantare, danzare l'ultima volta sotto i portici.
Poi si parte.
Per andare dove non so.
Somewhere, over the rainbow, I suppose.
Qui, ora, finisce un periodo. Ed inizia un non so che di felicità nuova.
Quante cose succedono, quante cose si capiscono quando si è in partenza.
Come se il viaggiare desse alle cose un significato altro, come se il caso prenda forma di Destino, donandoci l'impressione di essere in mezzo a qualcosa.
Non so bene quale sia il mio scopo, come in diversi solliloqui ho già abbondantemente sottolineato.
Allora prendo una via che credo potrebbe piacermi, mi incammino verso qualcosa che non so, verso qualcosa che spero un giorno mi appartenga.
Non mi aspetta che la ricerca, con naso acuto e occhi vigili, di una sorta di non ben identificata emotiva comprensione.
Un'epifania dell'animo, descritta tenacemente coi tratti di un'avventura alla Indiana Jones.
O qualcosa del genere.
In tutta onestà non c'è niente che sia più sollievo di questo. Come se lo staccarmi romanticamente portasse il dover costruire un nido nuovo, somewhere.
Ritengo non mi si prospettino mesi facili, senza dubbio, nè sono pronto ad incappare nei mille disagi del vivere odierno, dell'essere sballottato, del cercare un lavoro e una casa ed anche altro.
E però conservo una specie d'immodesta certezza che, per quanto possa andar male, almeno avrò compiuto quello che dovevo fare.
Musica, profumi e completi strani dovranno essere i miei compagni per i tempi a venire.
Se ci si deve perdere, che non sia con l'olezzo greve del corpo, ma con fiori conditi da spezie e legni pregiati; che a perdersi siano abiti da poco prezzo ma almeno un poco eleganti.
A farmi compagnia, come sempre, la musica.
Il resto lo lascio in mani non mie.