Procede così la vita del moderno globetrotter londinese:
sveglia antelucana, colazione di banane e pane integrale, lavoro, lunch time at waitrose, lavoro, tea break con muffin, lavoro, going home by the underground. poi si dorme e si sogna chi non si dovrebbe sognare (evidentemente l'inconscio batte sempre dove il dente duole. ci vorrà un analista junghiano prima o poi).
poi si mesce e si ripete il giorno dopo. all over the week.
e per ora non è nient'altro che divertente. divertente vestire signore attempate con colori sgargianti perché stanno bene, divertente in fondo essere al servizio di chi ha quattro soldi da spendere e soprattutto voglia di chiaccherare mentre lo fa. che sia giapponese e lappone o whatever. il melting pot è sempre dietro l'angolo ed ha voglia di esprimersi nel suo inglese sgangherato.
Londra tocca momenti di puro splendore:
un cup cake al limone con glassa alla lavanda
un giapponese che suona il banjo e canta robetta anni cinquanta alla stazione della metro
e anche altre cose che ora non ricordo perché non le fotografo.
ma da domani sì, giuro. da domani scrivo tutto, fotografo tutto. non devo perdere una briciola, non devo perdere un sogno.
il lavoro non lascia tempo per altro che essere stanchi durante i giorni off. ma va bene alla fine.
troverò casa a breve, spero, e sarà tutto meglio.
mi ride anche il culo in certi giorni.
e con la canzone giusta non ho bisogno d'altro.
E la traversata comincia. Così... impetuosa, selvaggia, cattiva, sconvolgente.
E mi ritrovo senza un pensiero che non sia d'ansia, senza un momento che non sia pieno.
Un errore solo, uno soltanto. Ed ora non mi appartiene più il tempo. E' d'altri.
Ecco come morde questa città. Con veleno vero.
Ti tiene incollato qui e ci devi restare anche se non hai speranza per l'oggi o per il domani.
E devi vivere così, col respiro trattenuto nel petto, contando l'oggi e mai il domani.
Chissà per quanto? Ah lo so ora, lo so. Ha un tempo l'attesa, ha un tempo il mio dovere.
Ha un tempo.
Sono grande ora. D'improvviso. Non sono cresciuto di un etto o di un centimetro o di un anno.
Ma non posso più fare quello che voglio, devo fare quello che devo.
Come una magia malvagia, una maledizione.
Welcome to hell, welcome to hell, cantano sirene vestite di petrodollari.
Allora non devi pensare, che per me è impossibile. Allora devi chinare la testa ed obbedire, che per me è tremendamente facile.
Ma questo rende tutto più vero in qualche modo. Rende i sogni più distanti e meno possibili, ma ancora più agognati. Ancora più belli, ancora più crudeli.
La musica.
La musica che ascolto quando sono felice
La musica che ascolto quando sono triste
La mia musica
La musica di quando dormo e mi sveglia Nico
La musica del giorno prima, che ti resta dentro per un'ora o due
La musica che non puoi ascoltare, perché è troppo
La musica che fanno le tue scarpe a volte
La musica che scorre dolce come succo d'uva
La musica che sa di notti e giorni di fuoco e fiamme
La musica che ti entra dentro un poco alla volta
quella che invece ti apre come un fiore
Musica affamata di nuove note
Musica che freme e vuole solo farti venire
Musica per scopare
Musica per amare
Musica per giocare ancora
e fare finta che tutto sia bello
ancora una volta
La musica, sempre la musica.
Dove c'è musica sono io.
Una canzone stonata, con tante note una dietro l'altra.
Con un coro che sembra quasi ridere o piangere a volte
e forse uno xilofono anche.
Musica per orecchie che ancora non ci sono.
Musica da non ascoltare troppo sennò si consuma.
Musica per tutti quelli che sanno ancora ascoltare.